La recentissima risposta delle Entrate all’interpello 956-39/2018 ha di fatto ribaltato l’esito della risoluzione 72/E/2016.

Coloro i quali avevano gioito della prima interpretazione a favore della non imponibilità delle plusvalenze derivanti dalle operazioni con le valute virtuali, sono stati puntualmente delusi (non dite che non ve l’avevo detto….)

La risposta all’interpello, contemplando l’assimilazione delle valute virtuali a quelle estere, in sintesi prevede che:

  1. le valute virtuali se sono cedute o prelevate dal borsellino elettronico generano redditi diversi di natura finanziaria, e realizzandosi la fattispecie prevista dall’art.67 c1 ter del TUIR, sono tassabili le relative plusvalenze al 26%.
  2. Le valute virtuali ,dato che sono valute estere, devono essere indicate nel quadro RW per obbligo di monitoraggio fiscale (ma siamo sicuri che Entratel accetti l’invio della dichiarazione così compilata?)

L’unica consolazione è che il valore delle valute virtuali non è soggetto a Ivafe in quanto, per le Entrate, l’imposta si applica ai depositi e conti solo di natura bancaria.

Resta comunque forte il dubbio che l’assimilazione delle valute virtuali alle valute estere sia una forzatura.

La «valuta virtuale» è definita dall’articolo 1, comma 2, lettera qq) del Dgs 231 del 2007, come «la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta con corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente».

La definizione corrisponde a quella della Financial action task force (Fatf) nel documento «Virtual currencies key definitions ad potential Aml/Cft risks» del giugno 2014 e dell’European Bank Autority (Eba), «Opinion on “’virtual currencies”» del luglio 2014.

In sintesi, come ricorda la Banca d’Italia nelle sue «Avvertenza sull’utilizzo delle cosiddette “valute virtuali”» del 30 gennaio 2015 «le valute virtuali (…) non devono per legge essere obbligatoriamente accettate per l’estinzione delle obbligazioni pecuniarie, ma possono essere utilizzate per acquistare beni o servizi solo se il venditore è disponibile ad accettarle». Il concetto è stato riportato nella risoluzione 72/E del 2016 ‒ secondo la quale «la circolazione dei bitcoin, quale mezzo di pagamento si fonda sull’accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato che, sulla base della fiducia, la ricevono come corrispettivo nello scambio di beni e servizi, riconoscendone, quindi, il valore di scambio indipendentemente da un obbligo di legge».

Pertanto è  molto difficile assimilare le valute virtuali a quelle estere, perché non sono convertibili per legge e non sono emesse o garantite da uno Stato.